Vi devo confessare che solo ora sono riuscita a ri-trovare un poco di serenità per fare un’analisi di quello che è successo in Italia a livello della Comunicazione negli ultimi 3 mesi e mezzo, da quando cioè siamo stati sottoposti a questa specie di “dittatura” da comunicazione del coronavirus.

Si è trattatto di un evento senza precedenti, quello che – al di là della situazione sanitaria – ha chiuso ed isolato in una situazione di lockdown totale i i cittadini italiani, privandoli delle loro libertà personali ed imponendo un modello di quello che era “essenziale” e quello che invece no – alimentati da un canale quotidiano di informazioni modello “bollettino di morte” e “bollettino del terrore”.

Si perchè la comunicazione in Italia negli ultimi mesi si è basata sulla paura e sul terrore, senza dare la possibilità a nessuno – ripeto, a nessuno – di avere degli strumenti adatti per capire, conoscere ed in qualche modo gestire in maniera adulta e consapevole quello che stava succedendo.

Questo è successo, secondo la mia opinione, per due motivi:

  • la situazione era di tale novità ed emergenza che anche gli organi ufficiali non erano pronti ad affrontarla
  • è stata scelta la strada del trattamento “paternalistico” da parte dei nostri governanti nei confronti dei cittadini

In parole povere: noi italiani siamo stati trattati come un popolo di deficienti.

Ma vediamo da cosa si evince tutto ciò, analizzando alcuni slogan della propaganda che è stata utilizzata.

Partiamo da quello che è stato:

Il programma: #stateacasa o #iorestoacasa

Come in ogni situazione di crisi che si rispetti, ci vuole un programma da seguire, le istruzioni da dare al popolo. Perciò il primo e principale slogan istituzionale che abbiamo ascoltato in tutte le salse, persino nelle pubblicità di prodotto in televisione, questa istruzione ce l’ha data bella limpida e cristallina: state a casa.

Comunicazione istituzionale #iorestoacasa

Vista la situazione di emergenza imprevedibile e straordinaria, lo choc del vederci tutti privati dalle nostre libertà personali basilari, da un momento a quell’altro, a cominciare dal non poter uscire di casa, all’inizio tutti abbiamo dato credito a questo “programma”, per due motivi molto semplici:

  • non c’era un altro programma alternativo
  • avevamo una paura fottuta

In pratica una non-azione da parte di chi la deve mettere in atto, un “rimanere” in una condizione passiva come in attesa di qualche cosa.

Il nemico è lì, fuori dalla porta, e tu puoi “chiuderlo fuori”. Semplice no? chiunque lo capirebbe, chiunque può attuarlo

Quindi, durante il lockdown, siamo stati in casa proprio in senso letterale (con l’eccezione di alcune categorie di lavoratori, autorizzati soltanto a “compiere il loro dovere” ma essi stessi pure rinchiusi per quel che riguarda qualsiasi altra attività “non essenziale”).

Siamo rimasti così, come in un atto di fiducia, in attesa di “istruzioni dall’alto” da parte di chi si presumeva sapesse cosa stava facendo manovrando la situazione, e chiedendo a noi semplicemente di “stare buoni e tranquilli”.

Cosa vi costa stare sul divano a bombardarvi di Netflix? pensate ai nostri nonni che invece sono dovuti andare in guerra.

Questo è l’esempio di una vignetta apparentemente innocua e scherzosa, che circolava sui social media, ma che in realtà ha veicolato un messaggio molto grave:

sei proprio un deficiente, non sei neanche capace di stare a fare niente sul divano?

Peccato che non fosse proprio così. Peccato che le persone hanno dovuto continuare a lavorare da casa (smartworking, l’hanno chiamato, senza sapere una mazza di cosa lo smartworking veramente è) senza essere in molti casi preparati a farlo (penso per esempio agli insegnanti e ai loro studenti) o in grado di farlo serenamente (penso per esempio a chi aveva i figli a casa senza uno spazio adegutao per lavorare). O peggio ancora, senza veramente fare nulla ma non per colpa loro, ma perchè l’azienda li aveva lasciati a casa, lasciando scadere i contratti o mettendo in cassa integrazione.

Siamo stati invitati quindi ad un’azione passiva, facendoci anche credere che non ci era concesso assolutamente di lamentarci (quindi alimentando anche il senso di colpa) perchè più comodi di così non si poteva stare. Quando in realtà comodo, in quel momento lì, non ci stava proprio nessuno.

Una comunicazione più adeguata, più positiva, in quel momento lì avrebbe dovuto, invece, sottolineare (o forse sottolineare di più) cosa di attivo e positivo questa nostra azione (dello stare seduti sul divano) stava comportando. Per esempio:

  • che stavamo prevenendo dei contagi
  • che stavamo salvando vite
  • che stavamo proteggendo il sistema sanitario nazionale

Come invece è stato fatto meglio e di più in paesi e lingue diverse dal nostro in cui gli slogan erano più simili a questo:

stay home save lives
NHS britannico

Gli autori della salvezza: #inostrieroi

Ma in tutto questo “programma passivo”, ci vuole qualcuno che operi attivamente sennò come ci salviamo? ed ecco qua il secondo slogan, quello che ha coinvolto coloro che sono stati inquadrati come i nostri “salvatori”: medici ed infermieri.

Questa immagine la definirei istituzionale visto che è stata diffusa dall’Arma dei Carabinieri.

Il messaggio che è passato quindi è stato questo:

voi non avete bisogno di fare nulla, ci pensano gli “eroi”

L’eroe è sempre colui che solleva tutti sia dalle responsabilità che dai guai.

Peccato che poi questi eroi in certi casi avevano più l’aspetto di martiri, senza protezioni adeguate, sfiniti in turni massacranti e con la gente che li apostrofava pure così su un post pubblico su Facebook (riguardo ai soldi in più promessi dal Governo per gli operatori sanitari), post che – lo confesso – mi ha fatto venire i brividi di terrore:

Beh certo, se uno è un eroe perchè dovrebbe essere pagato adeguatamente? perchè non si accontenta delle uova? gli eroi lavorano gratis per la comunità, perchè la loro è una “missione”, non un lavoro.

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi

Bertold Brecht

E, quindi, abbiamo visto il Programma che stava alla base di questa comunicazione, abbiamo visto da chi e come è stato attuato, passivamente da noi cittadini ed attivamente dagli eroi, ora passiamo alla sua finalità:

Il fine a cui abbiamo puntato: #andràtuttobene

Si tratta di una promessa più che rassicurante, una conseguenza dei primi due slogan. Praticamente ci è stato detto: state a casa + eroi = andrà tutto bene.

Sottinteso: il problema lo stanno risolvendo gli eroi. Semplice no?

Qualsiasi deficiente l’avrebbe capito.

E siamo al gran finale: #liberitutti?

Come se avessimo preso parte ad un gioco virtuale, in cui ognuno doveva fare la sua parte e sarebbe andato tutto bene, ecco che prima o poi il gioco doveva avere un finale.

Quindi ora che sono passati più di tre mesi, il lockdown è terminato, l’epidemia è sotto controllo, e l’emergenza negli ospedali è terminata, e lo #stateacasa non ha più ragione di essere, come stiamo messi?

Perché è logico che a trattare le persone come capre, senza responsabilizzarle in prima persona, queste si aspettano che ad un certo punto il pastore gli da il via libera di uscire dall’ovile, no?

Insomma, ora che il “via libera” è stato dato, il lockdown è terminato, la promessa del Andrà tutto bene è stata mantenuta?

Direi proprio di no.

No, perchè la gente sta male di testa, c’è chi ancora non si attenta ad uscire di casa. No, perché c’è chi ha perso il lavoro e dopo 3 mesi non sa più come andare avanti, perché la cassa integrazione promessa non è arrivata. No, perché determinati settori economici sono collassati e non si vede un cenno di ripresa.

In parole povere, siamo stati trattati come un popolo di bambini ( e non di adulti), a cui le cose non sono state spiegate, ed oltretutto terrorizzati con immagini di malati, morti e sepolture, senza darci una chiave adeguata di interpretazione.

Insomma, abbiamo chiuso la porta di casa per non far entrare il virus, ma questo non ci ha tenuto al riparo da tutte le conseguenze. E non ci è stato dato nessuno strumento per ricominciare con la nostra vita “normale”, anzi ci è stato detto che niente sarà più come prima, la vita di prima non tornerà mai più. E il futuro è un’ipotesi.

Ma come diavolo si fa a fare una comunicazione del terrore di questo calibro?

Tu cosa avresti fatto al suo posto?

Una delle risposte che ci siamo sentiti dare (a chi come me qualche volta osava farsi delle domande pubblicamente sui social media, o fare delle critiche, perlomeno sul fatto di non aver reso la cittadinanza consapevole di quello che stava accadendo), era proprio questa: scusa, tu cosa avresti fatto al suo/loro posto (in questo caso, del Governo)?

Ma davvero devo dare una risposta a questo? E io cosa ne so? sono io al governo o lo sono loro? a me avete detto di fare solamente la capra.

Il mio lavoro non è fare il Presidente del Consiglio, e non sono nemmeno una scienziata. Non so nulla di queste cose. Ma sono una che lavora con la comunicazione da una vita, ho analizzato la vostra comunicazione istituzionale e questo posso permettermi di dirvelo: avete fatto una comunicazione patologica di merda, cari signori.

Invece di responsabilizzare le persone, le avete paternalmente terrorizzate, facendo credere ad ogni scadenza dei DPCM che se non avessimo fatto “i bravi” avreste continuato a tenerci chiusi in casa tutti, a tempo indeterminato. Ma davvero non c’era un altro modo di comunicare?

No la gente normale non è deficiente, non pensa che si possa tornare immediatamente alla “normalità” di prima dell’epidemia, ma il punto è: se anche qualcuno avesse capito così, la responsabilità è vostra, che glielo avete fatto credere.

Trovo inaccettabile che si continui a pigiare inesorabilmente sempre su questo tasto dell’italianità: siamo un popolo di irresponsabili, da trattare come deficienti. E se le cose non vanno bene, si trovano subito i capri espiatori, i cattivi che sono tra di noi, la colpa è stata a seconda del periodo a chi:

  • andava a “fare le passeggiate”
  • portava fuori il cane una volta di troppo
  • faceva prendere un po’ d’aria al figlio piccolo

e via dicendo…

Ma lo dicono molto meglio di me questi due utenti in una conversazione su Twitter:

E questo utente su Facebook, in risposta ad un post in cui si commentava questo articolo del filosofo Agamben:

Che cosa ci aspetta come Comunicazione in questa Italia ormai post-Covid come emergenza?

Niente di buono, temo.

La Comunicazione del terrore continua ad impazzare. Chi resta ancora chiuso in casa perchè ha paura delle “invasioni” dei vicini di Regione o degli stranieri a cui sono state aperte le frontiere italiane; chi profetizza una terribile “seconda ondata” ad ottobre, e chi promette che manderemo a scuola i nostri figli a settembre “in sicurezza”, praticamente dentro a delle scatole di plexiglass.

Nessuno ci ha ancora spiegato qual è la strategia, perché una democrazia di 60 milioni di abitanti deve averne una, o sbaglio? perché al di là del continuare a sentire slogan del tipo “non è ancora un liberi tutti”, nel senso che abbiamo ancora l’obbligo di portare le mascherine, e di non creare assembramenti e se vai a fare la spesa in due per famiglia rischi di essere linciato, ecco, al di là di questo vedo il nulla. Soltanto la promessa di “buoni famiglia”, e voucher di qua e di là.

Un vero programma all’orizzonte, per questo Paese, anche se ci fosse, non ci è stato comunicato.

Non solo per domani o dopodomani, ma per i mesi a venire. Un programma di cui non ho ancora compreso se non ce lo racconteranno perchè siamo un popolo di deficienti, o perché, semplicemente, non esiste.

Sono molto preoccupata, ma come dicevo all’inizio, quello che sto facendo ora è cercare di recuperare un po’ di serenità e di lucidità mentale per tentare di ragionare ed analizzare la situazione, questo è quello che continuerò a fare.